Parliamo del fatto che Patti Smith si è esibita al Festival di Sanremo coi capelli tinti. Ne parliamo perché è il mito che cade. Il mito di capelli grigiobianchi e scombinati, non pettinati, non curati, non toccati da parrucchieri e truccatori di scena, nelle recenti esibizioni di lei che era ormai diventata uomo (vestiti da uomo, tratti del volto da uomo) e che era sempre e comunque e ancora più bella. E invece oggi il mito cade e io chiudo la pagina di youtube ancora prima di ascoltare la canzone – che per altro invece vorrei ascoltare perché è la mia “Impressione di Settembre”, che è infanzia e libri game seduta dietro nella macchina di mio padre durante uno dei tanti viaggi sul Lago Maggiore. Ma invece chiudo la pagina e automaticamente il browser torna alla pagina precendente, e c’è Lo Stato Sociale che, è vero, parlano tanto e danno la merda a tutti ma per lo meno sono piccoli e squattrinati e se anche si contraddicono gli unici ad accorgersene siamo io e le 20 persone che stavano sotto il palco ieri sera, e non tutta l’Italia (o chi per essa). Quindi spengo la tv ancora prima di accenderla, compro Turisti della Democrazia a 10€ con la spilletta omaggio, e torno ai miei libri. A voi.
IT’S FRIDAY: I’M IN LOVE!
you can never get enough
emotivamente instabile, viziata ed insensibile
E che non mi si tacci di cattiveria. Perché sono pur sempre i Baustelle e io non li dedicherei al mio peggior nemico. I Baustelle sono per i migliori. E lei era una delle migliori, in un modo o nell’altro. Inizia così questo requiem per Erika, questo elogio (non funebre) per la conclusione definitiva di questa amicizia. Ma non era finita ormai più di 1 anno e mezzo fa? – direte voi. Ma il fatto è che io sono stupida, e continuo a credere nella bontà innata delle persone, in quel famoso 5% di buono. E quando Erika, all’improvviso senza preavviso e nei suoi pantaloncini corti da persona dimagrita, si è presentata sotto il mio dipartimento e assieme a Bettona abbiamo parlato e fumato una sigaretta e fissato imbarazzate le mattonelle del pavimento e alla fine siamo andate da grom allora ho pensato, credendoci davvero, che poteva essere un nuovo Inizio. E quando poi ha incontrato Benny per strada, ma l’ha salutata veloce di sfuggitasfuggita, allora ho pensato che effettivamente con Benny aveva un rapporto più difficile. Insomma, fino all’ultimo ho creduto di poter essere l’Eletta. E invece la palata sui denti mi arriva all’inizio di questo febbraio, che aveva ad attenderlo – come ogni febbraio da ormai 5 anni a questa parte – Alexander Platz e tutto ciò che ne consegue. E il problema, a quanto pare, sembra essere proprio tutto ciò che ne consegue. Perchè, al mio consueto pacifico messaggio, la risposta è che questi riti non hanno più senso. Al mio tentativo di comunicare la mia presenza, di far capire che io di lei non mi sono dimenticata, di sottolineare che per quanto ora non esista più un rapporto non per questo ho sotterrato e smerdato quello che c’era una volta, mi sento rispondere sonoramente picche. E allora: addio, Erika.
…e di colpo venne il mese di febbraio, faceva freddo in quello casa,
mi ripetevi: sai che d’inverno si vive bene come di primavera?
Sìsì, proprio così.
Il primo gesto rivoluzionario è chiamare le cose con il loro vero nome.
La 94 è la linea di autobus che collega le varie fermate della circonvallazione interna di Milano, quella denominata anche “la cerchia dei Navigli”; si tratta di una linea molto frequentata, che i milanesi prendono spesso. Anche chi usa sempre l’auto almeno una volta sulla 94 ci è salito. Attendo una mattina quando la temperatura, quella torrida milanese di luglio, e l’umidità sono altissime e intorno alle undici vado alla fermata della 94, incrocio corso Italia con via Molino delle Armi. Salgo e mi assale il caldo opprimente, l’aria è irrespirabile, gli abiti si appiccicano al corpo, la promiscuità con gli altri rende il tragitto ancora più faticoso; alcune persone intorno a me sbuffano infastidite dall’afa, altri sopportano,remissivi e sudati. Tutti i finestrini sono chiusi. Mi faccio strada educatamente tra i passeggeri e, in silenzio, comincio ad aprire il primo finestrino, parto sempre dal fondo dell’autobus. L’impresa non è agevole: i finestrini a scorrimento della 94, forse per lo scarso utilizzo, resistono alla spinta, io in più devo sporgermi per raggiungerli, stando in equilibrio per non urtare i passeggeri i cui posti sono proprio sotto i suddetti finestrini. Posso spingere con una sola mano, altrimenti perdo l’equilibrio: compito, quindi, non facile. All’inizio questa mia impresa prevedeva coraggio e determinazione: dal secondo finestrino in poi, infatti, tutti gli sguardi erano su di me, alcuni interrogativi, altri impassibili, e io mi sentivo imbarazzata, mi pareva di star facendo qualcosa di ardito o sconveniente. Ora, dopo anni, proseguo come chi sa bene quello che fa, incurante della curiosità provocata. Dal secondo finestrino aperto in poi, l’interesse svagato delle persone intorno a me diventa attenzione interrogativa, come se proprio non si spiegassero cosa sto facendo: come se l’apertura del primo finestrino rispondesse a un desiderio personale di soddisfare un mio bisogno di refrigerio. Ma l’apertura del secondo, del terzo… perché? Con la terza faticosa apertura accade quasi sempre che un passeggero mi si avvicini e, senza che ci sia un accordo verbale, si sporge con me e mette la mano accanto alla mia per rafforzare la spinta: lo guardo con gratitudine, lui pare soddisfatto. Dal quarto in poi altri si avvicinano e, con coraggio e una certa arditezza, pongono la mano sopra la mia per aumentare la spinta. Finita la fila di destra, ricomincio con quella opposta: qui il lavoro si fa spedito, alcuni mi sorpassano e, precedendomi solerti, anticipano l’apertura. I passeggeri seduti sotto i finestrini si alzano per facilitarmi il lavoro. Sempre, verso la fine, qualcuno, di solito anziano, dice a voce alta: “Era ora! Si moriva di caldo!”. Molti annuiscono, altri confermano a voce alta. Adesso fa un po’ più fresco, se non altro l’aria circola. La gente non mi guarda più con sospetto, anzi, si è creato un clima quasi complice. E allora, finalmente, chiedo a voce alta e con sincera curiosità: “Ma, scusate, se avevate caldo perché non li avete aperti voi, prima, i finestrini?”. Alla domanda, negli anni, segue sempre un silenzio tra l’imbarazzato e l’interrogativo, dopodiché si alza una voce, solitamente maschile, che pare riassumere la risposta di tutti: “Ma è arrivata [la 94] così dal deposito… con i finestrini chiusi”. Saluto con un sorriso e scendo. Ho verificato che sulla 94, né quest’anno né negli anni precedenti, sia mai stato esposto un cartello che vieti l’apertura dei finestrini.
(Lorella Zanardo – Il corpo delle donne)
Oggi mi prendo una pausa e la dedico a te: mi hai quasi fatto cadere! Ma ora posso capire, che ti posso ascoltare, escludere il resto.
A CONSONNO È SEMPRE FESTA
Credo che ci sia una profonda santità in questa stanchezza. In questo mettere la sveglia alle 7.20 per poi alzarsi alle 7.35 e correre a prendere un treno per andare a vedere il mondo. Il mondo oggi era a Consonno. Ci siamo addentrati per una strada statale (così inaspettata, per la sottoscritta che si aspettava caselli e alte velocità) alla ricerca di una palletta che ci indicasse la strada per la Città Incantata. E di pallette ne abbiamo trovate tante! Come abbiamo trovato tanti cartelli arruggini che si stagliavano in cielo e ci iniettavano l’ottimismo del boom economico dell’Italia degli anni ’60, promettendoci felicità e lunga vita in una grammatica discutibile (e discussa!). Abbiamo camminato a lungo, sotto archi di edifici fatiscenti, guidati dalla scritta CRAP sul campanile del minareto che, nonostante tutti i miei sforzi per cercare di convincermi che fosse un font dal design fascista vagamente bauhaus, è stata invece per me la chiave di accesso alla mia Città Incantata. Ed è stato quindi un piacevole abbandonarsi alla germinazione spontanea e splendida di scritte e simboli e graffiti e omini neri (allungati o inseguiti da cani che fossero). Piacevole, sì, ovviamente. Perchè non avevo dubbi! E ho visto una Copia prendersi cura della mia esaltazione cercando di abbassare le mie aspettative… ma la verità è che questa mia ricerca della Città Incantata, questo mio perdermi in questi Spiriti dei tempi passati, ha davvero fatto di me una novella Chihiro. Solo un po’ più felice! Felice di ritrovarsi, non necessariamente dopo essersi persa, ma solo nella semplicità di svegliarsi presto (che come si fa a pensare di restare a letto a dormire quando si può uscire e fare cose!?) e camminare e ridere forte e mangiare e fotografare. E senza l’angoscia di dover trovare una via d’uscita. Che qui la via d’uscita era chiara e tutta in discesa. Ma ogni cosa a suo tempo! Prima bisognava camminare sui vetri, e attraversare porte e finestre e avere paura del buio e lasciarsi abbracciare dal e nel sole caldo di questo gennaio d’amor. Prima bisognava lasciarsi andare al più infantile e stupido e splendido imboressarsi tipico dei fratelli (non di sangue ma di minchiate). Prima bisognava farsi attaccare il pane bianco al palato (che lo si mangerebbe con qualunque cosa spalmata… basta che sia pane bianco che si attacca al palato!) e ingegnarsi su come mangiare la pasta al señor brocolo con una forchettina per patatine mezza rotta e delle posatine-per-mangiare-i-kiwi. Il tutto parlando di pale e di latrine e, fondamentalmente, di scout. Tutto questo per ricordarci che in fondo questa stanchezza, la stessa che provavamo al ritorno dalle uscite di reparto (che fossero in Maresana o raggiungibili dalla laguna veneta), ha una profonda santità.

a me del Natale non me ne importava niente, ma da quando sto con te io ci credo veramente
Ho moltissime chiavi, attaccate al mio mazzo di Bergamo. E il fatto è che, in realtà, quotidianamente me ne servono solo due. Ogni volta che torno per più di 2 giorni, riesco persino a ricordare qual è la chiave di sotto (quelle della portablindata le riconosco subito solo perché una è effettivamente fuori formato rispetto alle altre quindi ok, mentre l’altra – deo gratias – ha una plastichetta trasparente verde che salta all’occhio). Ma ogni volta che torno a casa per me è come ricominciare tutto da capo. E questo è solo un piccolo minuscolo esempio che può valere poi anche per tutto il resto. Per fortuna che c’è la Giulia che si ricorda sempre qual è la chiave giusta per aprire sotto. E anche qui se ne può fare una sineddoche gustosa a uso dei soliti pochi eletti. Con la Famiglia (sia quella stretta che quella allargata) è stato un natale sereno, piatto, sottotono, senza palpitamenti o nervosismi. Ho osservato il dio Spreco fare man bassa di tutte le mie buone intenzioni di adolescente incazzata e integralista, e non ho mosso un dito. Non ho alzato alcun grido e nessuna espressione di disappunto è comparsa sul mio volto quando ho visto la strana concezione di Raccolta Differenziata che hanno le mie zie o quando mi sono vista offrire dei gamberetti da mia cugina (convinta che non fossero animali!). Non ho proferito parola nemmeno quando ho visto i due sacchi neri pieni di spazzatura formatosi dopo sole 4/5 ore di cenone di Natale. Anzi, ho aiutato chi richiedeva il mio aiuto nel fare incetta di risorse natalizie usa-e-getta, “cunzandu” la tavola di mia zia con sottopiatti di plastica dorata e tovaglioli di carta a tema natalizio. Dal mio angolino, dove sedevo composta e in silenzio, mi guardavo intorno, godendomi l’ingenuità paesana dei piccoli della famiglia (nonostante zeppe e tacchi a spillo alla Lady Gaga), contrapposta alle bestemmie dei padri e alle lingue lunghe delle madri (nonostante figli piccoli e velleità di impartire una buona educazione). Infine ho sbalordito ancora, quando mi sono sentita ancora desiderata dai miei cugini. E nel frattempo ho preso appunti mentali su come non saranno i miei Natali.
e danzeremo insieme questo polpo d’amore
"Pastorale Americana" di Philip Roth
Che gli uomini fossero creature multiformi non era certo una novita' per lo Svedese, anche se era sempre un po' uno choc doverlo constatare nuovamente ogni volta che qualcuno ti dava una delusione. Cio' che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quelli che erano – e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avevano avuto pieta'. Era come se, mentre la loro vita era ricca e piena, essi fossero in segreto, stufi di se stessi e non vedessero l'ora di liberarsi del loro discernimento, della loro salute e di ogni senso delle proporzioni per passare all'altro io, il vero io: che era uno stronzo detestabile e completamente illuso. Era come se trovarsi in sintonia con la vita fosse qualcosa di accidentale che poteva capitare, certe volte, ai giovani fortunati; mentre, per il resto, era una cosa con la quale gli esseri umani non riuscivano a rapportarsi. Che strano. E che strano pensare che lui, che era sempre stato felice di far parte della schiera infinita dei "normali", poteva, in realta', costituire l'anormalita', essere estraneo alla vita reale proprio a causa delle sue radici, cosi' grosse.
(pag. 355-356)
"Pastorale Americana" di Philip Roth
L’arrugginita scala antincendio del palazzo sarebbe venuta giù, si sarebbe staccata dagli ormeggi e sarebbe piombata nella strada, se qualcuno vi avesse messo un piede sopra: una scala di sicurezza la cui funzione non consisteva nel salvare delle vite in caso d’incendio, ma nello stare là appesa, inutilmente a testimoniare l’immensa solitudine della vita degli esseri umani. Per lui non aveva altro significato: nessun altro significato avrebbe potuto avrebbe potuto essere attribuito a quell’edificio. Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo. Stupida, stupida Merry, più stupida persino del tuo stupido padre: nemmeno far saltare in aria le case serve a qualcosa. Sei solo se ci sono delle case e sei solo se non ci sono. Come puoi protestare contro la solitudine? Tutte le campagne di attentati della storia non l’hanno nemmeno scalfita. Il più letale degli esplosivi fatti dall’uomo non la può toccare. Temi e rispetta non il comunismo, stupida figlia mia, ma la comune solitudine quotidiana. E il Primo Maggio vai con i tuoi amici a marciare per la sua gloria, la superpotenza delle superpotenze, la forza che domina ogni cosa. Mettici sopra tutto il denaro, puntaci sopra, adorala (inchinati in atto di sottomissione non davanti a Karl Marx, stupida, balbuziente, rabbiosa, figlia mia, non davanti a Ho Chi Minh e Mao Tse Tung), inchinati davanti al gran dio Solitudine!
(pag 244-245)
