"Pastorale Americana" di Philip Roth

Che gli uomini fossero creature multiformi non era certo una novita' per lo Svedese, anche se era sempre un po' uno choc doverlo constatare nuovamente ogni volta che qualcuno ti dava una delusione. Cio' che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quelli che erano – e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avevano avuto pieta'. Era come se, mentre la loro vita era ricca e piena, essi fossero in segreto, stufi di se stessi e non vedessero l'ora di liberarsi del loro discernimento, della loro salute e di ogni senso delle proporzioni per passare all'altro io, il vero io: che era uno stronzo detestabile e completamente illuso. Era come se trovarsi in sintonia con la vita fosse qualcosa di accidentale che poteva capitare, certe volte, ai giovani fortunati; mentre, per il resto, era una cosa con la quale gli esseri umani non riuscivano a rapportarsi. Che strano. E che strano pensare che lui, che era sempre stato felice di far parte della schiera infinita dei "normali", poteva, in realta', costituire l'anormalita', essere estraneo alla vita reale proprio a causa delle sue radici, cosi' grosse.

(pag. 355-356)

"Pastorale Americana" di Philip Roth

L’arrugginita scala antincendio del palazzo sarebbe venuta giù, si sarebbe staccata dagli ormeggi e sarebbe piombata nella strada, se qualcuno vi avesse messo un piede sopra: una scala di sicurezza la cui funzione non consisteva nel salvare delle vite in caso d’incendio, ma nello stare là appesa, inutilmente a testimoniare l’immensa solitudine della vita degli esseri umani. Per lui non aveva altro significato: nessun altro significato avrebbe potuto avrebbe potuto essere attribuito a quell’edificio. Sì, siamo soli, profondamente soli, e in serbo per noi, sempre, c’è uno strato di solitudine ancora più profondo. Non c’è nulla che possiamo fare per liberarcene. No, la solitudine non dovrebbe stupirci, per sorprendente che possa essere farne l’esperienza. Puoi cercare di tirar fuori tutto quello che hai dentro, ma allora non sarai altro che questo: vuoto e solo anziché pieno e solo. Stupida, stupida Merry, più stupida persino del tuo stupido padre: nemmeno far saltare in aria le case serve a qualcosa. Sei solo se ci sono delle case e sei solo se non ci sono. Come puoi protestare contro la solitudine? Tutte le campagne di attentati della storia non l’hanno nemmeno scalfita. Il più letale degli esplosivi fatti dall’uomo non la può toccare. Temi e rispetta non il comunismo, stupida figlia mia, ma la comune solitudine quotidiana. E il Primo Maggio vai con i tuoi amici a marciare per la sua gloria, la superpotenza delle superpotenze, la forza che domina ogni cosa. Mettici sopra tutto il denaro, puntaci sopra, adorala (inchinati in atto di sottomissione non davanti a Karl Marx, stupida, balbuziente, rabbiosa, figlia mia, non davanti a Ho Chi Minh e Mao Tse Tung), inchinati davanti al gran dio Solitudine!

(pag 244-245)

"Pastorale Americana" di Philip Roth

Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di pseranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l’affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male. Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato. La capisci male prima di incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l’incontri, la capisci male mentre sei con lei, e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell’incontro e scopri ancora un volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci. Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del signignificato che secondo noi dovrebbe avere e che assume un significato tanto grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono tutti andarsene e chiuderse la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando dei personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati. 

(pp. 40-41)

"Funes, o della memoria" di Jorge Luis Borges (tratto da Finzioni)

Lo ricordo (io non ho il diritto di pronunciare questo verbo sacro; un uomo solo, sulla terra, ebbe questo diritto, e quest’uomo è morto), e ricordo la passiflora oscura che teneva in mano, vedendola come nessuno vide mai questo fiore, né mai lo vedrà, anche se l’avrà guardato dal crepuscolo del giorno a quello della notte, per una vita intera. Ricordo il suo volto taciturno dai tratti d’indiano, singolarmente remoto dietro la sigaretta. Ricordo (credo) le sue mani affilate d’intrecciatore; ricordo presso queste mani un servizio da matè, con le armi della Banda Orientale; ricordo a una finestra della sua casa una tenda gialla, con un vago paesaggio lacustre. Ricordo chiaramente la sua voce; la voce posata, nasale e un poco lamentosa dell’orillero antico, senza le sibilanti italiane di oggi. Non l’ho visto più di tre volte; l’ultima nel 1887… M’è parso un progetto felice quello di chiedere a tutti coloro che lo conobbero di scrivere su di lui; la mia testimonianza sarà forse la più breve, certo la più povera, ma non la meno imparziale del volume che pubblicheranno. La mia deplorevole condizione di argentino mi impedirà di cadere nel ditirambo – genere obbligatorio in Uruguay quando il tema è un uruguayano. Letterato, persona colta, bonaerense; Funes non pronunciò queste parole ingiuriose, ma sono abbastanza sicuro che io rappresentavo per lui queste sventure. Pedro Leandro Ipuche ha scritto che Funes fu un precursore dei superuomini, "uno Zarathustra selvatico e vernacolare"; non lo metto in dubbio, ma non si deve dimenticare che fu anche un cittadino di Fray Bentos, con certe incurabili limitazioni.
    Il mio primo ricordo di Funes è assai netto. Lo vedo in una sera di marzo o febbraio del 1884. Mio padre, quell’anno, m’aveva portato in villeggiatura a Fray bentos. Stavo tornando con mio cugino Bernando Haedo dalla tenuta di San Francisco. Tornavamo cantando, a cavallo, e questa non era la sola ragione della mia felicità. Dopo una giornata soffocante, una enorme tempesta colore ardesia aveva oscurato il cielo. L’incitava il vento da sud, già impazzivano gli alberi; io temevo (e speravo) che lo scatenarsi dell’acqua ci sorprendesse in aperta campagna. Corremmo una specie di corsa con la tempesta. Entrammo in una stretta che affondava tra due altissimi marciapiedi di mattoni. D’un colpo si era fatto buio; udii in alto passi rapidi, quasi segreti; alzai gli occhi e vidi un ragazzo che correva per lo stretto e rovinato marciapiede come su uno stretto e rovinato muro. Ricordo le sue scarpe di corda; ricordo, contro la già sterminata nuvolaglia, la sua sigaretta e il suo volto duro. Bernando gli gridò, imprevedutamente: "Che ore sono, Ireneo?" Senza consultare il cielo, senza fermarsi, l’altro rispose: "Mancano quattro minuti alle 8, ragazzo Bernando Juan Francisco". La voce era acuta, burlesca.
    Sono così distratto che questo dialogo non avrebbe attirato la mia attenzione sen non ve l’avesse richiamata mio cugino, cui stimolavano (credo) un certo orgoglio locale e il desiderio di mostrarsi indifferente alla replica tripartita dell’altro.
    Mi disse che il ragazzo della stradetta era un certo Ireneo Funes, celebre per alcune stranezze, come quella di non frequentare nessuno e di sapere sempre l’ora, come un orologio. Aggiunse che era figlio d’una stiratrice del paese, Marìa Clementina Funes, e che suo padre, secondo alcuni, era un inglese O’Connor, medico agli stabilimenti; secondo altri, un ranchero del distretto del Salto. Viveva con sua madre in una fattoria dietro la villa dei Lauri.
    Le estati dell’85 e dell’86 le passammo a Montevideo. Nell’87 tornai a Fray Bentos. Chiesi, com’è naturale, di tutti quelli che conoscevo, e da ultimo, del “cronometrico Funes”. Mi risposero che era stato travolto da un cavallo selvaggio nella tenuta San Francisco ed era rimasto paralizzato, senza speranza. Ricordo l’impressione di spiacevole stranezza che mi fece questa notizia: l’unica volta che l’avevo visto, noi venivamo a cavallo da San Francisco e lui camminava in alto; la disgrazia, nel racconto di mio cugino Bernando, aveva molto d’un sogno elaborato con elementi anteriori. Mi dissero che non si muoveva dalla branda, gli occhi fissi su un albero di fico in giardino, o sua una tela di ragno. Verso sera, lasciava che l’avvicinassero alla finestra. Spingeva la superbia al punto di simulare che il colpo che l’aveva fulminato fosse stato benefico… Due volte lo vidi dietro all’inferriata, che grossamente sottolineava la sua condizione di eterno prigioniero; una volta, immobile, con gli occhi chiusi; un’altra, sempre immobile, assorto nella contemplazione d’un odoroso rametto di santonina.
    Non senza qualche vanagloria, io avevo cominciato da quel tempo lo studio metodico del latino. Avevo nella valigia il De viris illustribus di Lhomond, il Thesaurus di Quicherat, i commentari di Giulio Cesare e un volume spaiato della Naturalis Historia di Plinio, che eccedeva (e continua a eccedere) le mie modiche virtù di latinista. In un piccolo paese, tutto si viene a sapere; Ireneo, nel suo rancho sulla costa, non tardò a sapere dell’arrivo di questi libri anomali. Mi mandò una lettera fiorita e cerimoniosa in cui ricordava il nostro incontro, disgraziatamente fugace, “del giorno sette febbraio dell’anno ottantaquattro”, esaltava i brillanti servizi che don Gregorio Haedo, mio zio, deceduto in quello stesso anno, “rese alle nostre due patrie nella gloriosa giornata di Ituzaingò”, e mi pregava di prestargli uno qualsiasi di quei volumi, insieme con un dizionario “per la buona intelligenza del testo originale, poiché ignoro ancora il latino”. Prometteva di restituirli in buono stato e quasi immediatamente. La scrittura era perfetta, molto allungata; l’ortografia, del tipo auspicato da Andrés Bello: i per y, j per g. Lì per lì, naturalmente, temetti una burla. I miei cugini mi assicurarono che no, che erano cose da Ireneo. Non seppi se attribuire a trascuraggine, a ignoranza o a stupidità ‘idea che per l’arduo latino bastasse, some solo strumento, un dizionario; per disingannarlo interamente gli mandai il Gradus ad Parnassum di Quicherat e il volume di Plinio.
    Il 14 febbraio mi telegrafarono da Buenos Aires che tornassi immediatamente, perché mio padre non stava “niente bene”. Dio mi perdoni; il prestigio che mi valeva d’esser destinatario d’un telegramma urgente, il desiderio di comunicare a tutta Fray Bentos la contraddizione tra la forma negativa della notizia e la perentorietà dell’avverbio, la tentazione di drammatizzare la mia sofferenza fingendo uno stoicismo virile, tutto questo, forse, mi tolse ogni possibilità di dolore. Nel far la valigia, notai che mi mancavano il Gradus e la Naturalis Historia. Il Saturno salpava il giorno dopo, di mattina; quella sera, dopo cena, m’incamminai verso la casa di Funes.
    Nel rancho ben tenuto fui ricevuto dalla madre di Funes. Mi disse che Ireneo era nella stanza di fondo e che non mi meravigliassi di trovarlo allo scuro, poiché soleva passare le ore morte senza accendere la candela. Attraversai il patio lastricato, un andito breve; giunsi al secondo patio. C’era una pergola; l’oscurità potè sembrarmi totale. Udii d’un tratto la voce alta e burlesca di Ireneo. Questa voce parlava latino; questa voce (che veniva dalla tenebra) articolava con dilettazione morosa un discorso, o preghiera, o incanto. Risonavano le sillabe romane nel patio di terra; il mio timore le credette indecifrabili, interminabili; poi, nell’enorme dialogo di quella notte, seppi che erano il primo paragrafo del capitolo ventesimoquarto del libro settimo della Naturalis Historia. L’argomento di questo capitolo è la memoria; le ultime parole furono ut nihil non iisdem verbis redderetur auditum.
    Senza il minimo cambiamento di voce, Ireneo mi disse di entrare. Stava sulla branda, fumando. Mi pare che non vidi la sua faccia fino all’alba; credo di rammentare la brace della sua sigaretta, ravvivata a momenti. La stanza odorava vagamente di umidità. Mi sedetti; ripetei la storia del telegramma e della malattia di mio padre.
    Giungo, ora, al punto più difficile del mio racconto; il quale (è bene che il lettore lo sappia fin d’ora) non ha altro tema che questo dialogo di mezzo secolo fa. Non tenterò di riprodurre le parole, ormai irrecuperabili. Preferisco riassumere con veracità le molte cose che Ireneo mi venne dicendo. La forma indiretta è remota e debole; so che sacrifico l’efficacia del mio racconto; lascio al lettore d’immaginare i frastagliati periodi che m’incantarono quella notte.
    Ireneo cominciò con l’enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito: Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo impero; Simonie, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava l’arte di ripetere fedelmente ciò che avesse ascoltato una sola volta. Con evidente buona fede, si meravigliò che simili casi potessero sorprendere. Mi disse che prima di quella sera piovigginosa in cui il cavallo lo travolse, era stato ciò che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. (Cercai di ricordargli la sua esatta percezione del tempo, la sua memoria dei nomi propri, ma non m’ascoltò). Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e più banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
    Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata di un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera giornata. Mi disse: "Ho più ricordi io da solo, di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini messi insieme, da che mondo è mondo". Anche disse: "I miei sogni, sono come la vostra veglia". E anche: "La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti". Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati d’un puledro, una mandra innumerevole in una sierra, i tanti volti d’un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva in cielo.
    Queste cose che mi disse, né allora né mai le posi in dubbio. Non c’era a quel tempo cinematografo né fonografo; è tuttavia inverosimile e quasi incredibile che nessuno facesse un esperimento con Funes. Il fatto è che  viviamo ritardando tutto il ritardabile; forse sappiamo tutti profondamente che siamo immortali e che, presto o tardi, ogni uomo farà tutte le cose e saprà tutto.
    Dall’oscurità, Funes continuava a parlare.
    Mi disse che verso il 1886 aveva scoperto un sistema originale di numerazione e in pochi giorni aveva superato il ventiquattromila. Non l’aveva scritto, perché averlo pensato una sola volta gli bastava per sempre. Il primo stimolo, credo, gli venne  dallo scontento che per il 33 in cifre arabe ci volessero due segni e due parole, in luogo d’una sola parola e d’un solo segno. Applicò subito questo stravagante principio agli altri numeri. In luogo di settemila tredici diceva (per esempio) "Maximo Perez"; in luogo di settemilaquattordici, "La Ferrovia"; altri numeri erano "Luis Meliàn Lafinur, Olimar, zolfo, il trifoglio, la balena, il gas, la caldaia, Napoleone, Agustìn de Vedia". In luogo di cinquecento, diceva nove. A ogni parole corrispondeva un segno particolare, una specie di marchio; gli ultimi erano molti complicati… Cercai di spiegargli che questa rapsodia di voci sconnesse era precisamente il contrario di un sistema di numerazione. Gli feci osservare che dire 365 è dire tre centinaia, sei decine, cinque unità: analisi che non è possibile con i “numeri" Il Negro Timoteo o Mantello di carne. Funes non mi sentì o non volle sentirmi.
    Locke, nel secolo XVII, propose (e rifiutò) un idioma impossibile in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio; Funes, aveva pensato, una volta, a un idioma di questo genere, ma l’aveva scartato parendogli troppo generico, troppo ambiguo. Egli ricordava, infatti, non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna delle volte che l’aveva percepita e immaginata. Decise di ridurre ciascuno dei suoi giorni passati a settantamila ricordi, da contrassegnare con cifre. Lo dissuasero due considerazioni: quella dell’interminabilità del compito; quella della sua inutilità. Pensò che all’ora della sua morte non avrebbe ancora finito di classificare tutti i ricordi della sua infanzia.
    I due progetti che ho detto (un vocabolario indefinito per la serie naturale dei numeri, un inutile catalogo mentale di tutte le immagini del ricordo) sono insensati, ma rivelano una certa balbuziente grandezza. Ci permettono di intravedere, o di dedurre, il vertiginoso mondo di Funes. Questi, non dimentichiamolo, era quasi incapace di comprendere come il simbolo generico "cane" potesse designare un così vasto assortimento di individui diversi per dimensioni e forma; ma anche l’infastidiva il fatto che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte). Il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta. Dice Swift che l’imperatore di Lilliput discerneva il movimento delle lancette d’un orologio; Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell’umidità. Era il solitario e lucido spettatore d’un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso. Babilonia, Londra e New York hanno offuscato col loro feroce splendore l’immaginazione degli uomini; nessuno, nelle loro torri popolose e nelle loro strade febbrili, ha mai sentito il calore e la pressione d’una realtà così intangibile come quella che giorno e notte convergeva sul felice Inereo, nel suo povero sobborgo sud-americano. Gli era molto difficile dormire. Dormire è distrarsi dal mondo; Funes, sdraiato sulla branda, nel buio, si figurava ogni scalfittura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano. (Ripeto che il meno importante dei suoi ricordi era il più minuzioso e vivo della nostra percezione d’un godimento o d’un tormento fisico). Verso est, in fondo al quartiere, c’era uno sparso disordine di case nuove, sconosciute. Funes le immaginava nere, compatte, fatte di tenebra omogenea; in questa direzione voltava il capo per dormire. Anche soleva immaginarsi in fondo al fiume, cullato e annullato dalla corrente.
    Aveva imparato senza fatica l’inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel modo sovraccarico di Funes non c’erano che dettagli, quasi immediati.
    Il chiarore esistente dell’alba entrò per il patio di terra.
    Allora vidi il volto di quella voce che aveva parlato tutta la notte. Ireneo aveva diciannove anni; era nato nel 1868; mi parve monumentale come il bronzo, ma antico come l’ Egitto, anteriore alle profezie e alle piramidi. Pensai che ciascuna delle mie parole (ciascuno dei miei movimenti) durerebbe nella sua implacabile memoria; mi gelò il timore di moltiplicare inutili gesti.
    Ireneo Funes morì nel 1889, d’una congestione polmonare.

"Guanciale d'erba" di Natsume Sōseki

Se si usa la ragione il carattere s’inasprisce, se si immergono i remi nel sentimento si è travolti. Se s’impone il proprio volere ci si sente a disagio. È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini.

L’amore rende felici, ma più le delizie dell’amore si sommano, più si ha nostalgia di quando ancora non le si conosceva. (..) è un peccato non gustare i cibi prelibati. Assaggiandoli appena non ci si sente soddisfatti, ma mangiandoni a sazietà si hanno conseguenze spiacevoli.

La primavera induce alla sonnolenza. Il gatto si dimentica di prendere i topi, l’uomo scorda i suoi debiti. A volte perde persino la consapevolezza di sè, dimentica dove sia la sua anima. Apre gli occhi solo quando contempla sa lontano dei fiori di rapa. Intuisce chiaramente dove sia la sua anima quando ode il canto di un’allodola.

Quando riusciamo a guardare con obiettività, dimenticando completamente il nostro io reale, solo allora possiamo, come figure in un dipinto, conservare un legame armonioso con il paesaggio naturale. Ma nell’attimo in cui ci preoccupiamo dei disagi che ci procura la pioggia scrosciante e della stanchezza delle nostre gambe, non siamo più personaggi di una poesia. Ritorniamo a essere gli ottusi, comuni uomini di sempre. Non notiamo il fascino delle nuvole e delle nebbie fluttuanti. Non affiora nel nostro animo alcun sentimento per i fiori che appassiscono e per gli uccelli che cantano. E ancor più non intuiamo quanto noi stessi siamo belli mentre camminiamo malinconicamente solitari sulle montagne in primavera.





"Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino

I

(…) ingozzandosi di fumo gola e naso, fumo ancora aspro e ruvido contro la sua gola di bambino, ma di cui bisogna ingozzarsi fino a farsi lagrimare gli occhi e tossire con rabbia, non si sa bene il perchè. (…) Il vino non piace a Pin: è aspro contro la gola e arriccia la pelle e mette addosso una smania di ridere, gridare ed essere cattivi. Pure lo beve, tracanna bicchieri tutto d’un fiato come inghiotte fumo, come alla notte spia con schifo la sorella sul letto insieme a uomini nudi, e il vederla è come una carezza ruvida, sotto la pelle, un gusto aspro, come tutte le cose degli uomini; fumo, vino, donne.

(…) e si sente solo e sperduto in quella storia di sangue e corpi nudi che è la vita degli uomini.

II

Pin è cattivo con le bestie: sono esseri mostruosi e incomprensibili come gli uomini (…)

(…) le brigate nere possono cantare canzoni oscene per le vie perchè sono farabutti di Mussolini, questo è meraviglioso.

III

A fare i reati politici si va in galera come a fare i reati comuni, chiunque fa qualcosa va in galera, ma se non altro c’è la speranza che un giorno ci sia un mondo migliore, senza più prigioni. Questo me l’ha assicurato un politico che era in prigione con me tanti anni fa, uno con la barba nera che c’è morto.

IV

Naturalmente. Al principio di tutte le storie che finiscono male c’è una donna, non si sbaglia. Tu sei giovane, impara quello che ti dico: la guerra è tutta colpa delle donne… 

V

La gente buona ha sempre messo in imbarazzzo Pin: non si sa mai come trattarli e si ha voglia di far loro dispetti per vedere come reagiscono. Ma con l’omone da berrettino di lana è differente: perchè è uno che chissà quanta gente ha ammazzato e può permettersi d’esser buono senza rimorsi.

Schiuma d'onda

Di Britomarti, ninfa cretese e minoica, ci parla Callimaco. Che Saffo fosse lesbica di Lesbo è un fatto spiacevole, ma noi riteniamo più triste il suo scontento della vita, per cui s’indusse a buttarsi in mare, nel mare di Grecia. Questo mare è pieno d’isole e sulla più orientale di tutte, Cipro, scese Afrodite nata dalle onde. Mare che vide molti amori e grosse sventure. E’ necessario fare i nomi di Ariadne, Fedra, Andromaca, Elle, Scilla, Io, Cassandra, Medea? Tutte lo traversarono, e più d’una ci rimase. Vien da pensare che sia tutto intriso di sperma e di lacrime.(Parlano Saffo e Britomarti).  
 
Saffo: E’ monotono qui, Britomarti. Il mare è monotono. Tu che sei qui da tanto tempo, non t’annoi?  
 
Britomarti: Preferivi quand’eri mortale, lo so. Diventare un po’ d’onda che schiuma, non vi basta. Eppure cercate la morte, questa morte. Tu perché l’hai cercata?  
 
Saffo: Non sapevo che fosse così. Credevo che tutto finisse con l’ultimo salto. Che il desiderio, l’inquietudine, il tumulto sarebbero spenti. Il mare inghiotte, il mare annienta, mi dicevo.  
 
Britomarti: Tutto muore nel mare, e rivive. Ora lo sai.  
 
Saffo: E tu perché hai cercato il mare, Britomarti – tu che eri ninfa?  
 
Britomarti: Non l’ho cercato, il mare. Io vivevo sui monti. E fuggivo sotto la luna, inseguita da non so che mortale. Tu, Saffo, non conosci i nostri boschi, altissimi, a strapiombo sul mare.  
 
Spiccai il salto, per salvarmi.  
 
Saffo: E perché poi, salvarti?  
 
Britomarti: Per sfuggirgli, per essere io. Perché dovevo, Saffo.  
 
Saffo: Dovevi? Tanto ti dispiaceva quel mortale?  
 
Britomarti: Non so, non l’avevo veduto. Sapevo soltanto che dovevo fuggire.  
 
Saffo: E’ possibile questo? Lasciare i giorni, la montagna, i prati – lasciar la terra e diventare schiuma d’onda – tutto perché dovevi?  
 
Dovevi che cosa? Non ne sentivi desiderî, non eri fatta anche di questo?  
 
Britomarti: Non ti capisco, Saffo bella. I desiderî e l’inquietudine ti han fatta chi sei; poi ti lagni che anch’io sia fuggita.  
 
Saffo: Tu non eri mortale e sapevi che a niente si sfugge.  
 
Britomarti: Non ho fuggito i desiderî, Saffo. Quel che desidero ce l’ho. Prima ero ninfa delle rupi, ora del mare. Siamo fatte di questo. La nostra vita è foglia e tronco, polla d’acqua, schiuma d’onda. Noi giochiamo a sfiorare le cose, non fuggiamo. Mutiamo.  
 
Questo è il nostro desiderio e il destino. Nostro solo terrore è che un uomo ci possegga, ci fermi. Allora sì che sarebbe la fine. Tu conosci Calipso?  
 
Saffo: Ne ho sentito.  
 
Britomarti: Calipso si è fatta fermare da un uomo. E più nulla le è valso. Per anni e per anni non uscì più dalla sua grotta. Vennero tutte, Leucotea, Callianira, Cimodoce, Oritía, venne Anfitrìte, e le parlarono, la presero con sé, la salvarono. Ma ci vollero anni, e che quell’uomo se ne andasse.  
 
Saffo: Io capisco Calipso. Ma non capisco che vi abbia ascoltate.  
 
Che cos’è un desiderio che cede?  
 
Britomarti: Oh Saffo, onda mortale, non saprai mai cos’è sorridere?  
 
Saffo: Lo sapevo da viva. E ho cercato la morte.  
 
Britomarti: Oh Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un’onda o una foglia, accettando la sorte. E’ morire a una forma e rinascere a un’altra. E’ accettare, accettare, se stesse e il destino.  
 
Saffo: Tu l’hai dunque accettato?  
 
Britomarti: Sono fuggita, Saffo. Per noialtre è più facile.  
 
Saffo: Anch’io, Britomarti, nei giorni, sapevo fuggire. E la mia fuga era guardare nelle cose e nel tumulto, e farne un canto, una parola. Ma il destino è ben altro.  
 
Britomarti: Saffo, perché? Il destino è gioia, e quando tu cantavi il canto eri felice.  
 
Saffo: Non sono mai stata felice, Britomarti. Il desiderio non è canto. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento.  
 
Britomarti: Non hai mai conosciuto donne mortali che vivessero in pace nel desiderio e nel tumulto?  
 
Saffo: Nessuna… forse sì… Non le mortali come Saffo. Tu eri ancora la ninfa dei monti, io non ero ancor nata. Una donna varcò questo mare, una mortale, che visse sempre nel tumulto – forse in pace. Una donna che uccise, distrusse, accecò, come una dea – sempre uguale a se stessa. Forse non ebbe da sorridere neppure. Era bella, non sciocca, e intorno a lei tutto moriva e combatteva. Britomarti, combattevano e morivano chiedendo solo che il suo nome fosse un istante unito al loro, desse il nome alla vita e alla morte di tutti.  
 
E sorridevano per lei… Tu la conosci – Elena Tindaride, la figlia di Leda.  
 
Britomarti: E costei fu felice?  
 
Saffo: Non fuggì, questo è certo. Bastava a se stessa. Non si chiese quale fosse il suo destino. Chi volle, e fu forte abbastanza, la prese con sé. Seguì a dieci anni un eroe, la ritolsero a lui, la sposarono a un altro, anche questo la perse, se la contesero oltremare in molti, la riprese il secondo, visse in pace con lui, fu sepolta, e nell’Ade conobbe altri ancora. Non mentì con nessuno, non sorrise a nessuno. Forse fu felice.  
 
Britomarti: E tu invidi costei?  
 
Saffo: Non invidio nessuno. Io ho voluto morire. Essere un’altra non mi basta. Se non posso esser Saffo, preferisco esser nulla.  
 
Britomarti: Dunque accetti il destino?  
 
Saffo: Non l’accetto. Lo sono. Nessuno l’accetta.  
 
Britomarti: Tranne noi che sappiamo sorridere.  
 
Saffo: Bella forza. E’ nel vostro destino. Ma che cosa significa?  
 
Britomarti: Significa accettarsi e accettare.  
 
Saffo: E che cosa vuol dire? Si può accettare che una forza ti rapisca e tu diventi desiderio, desiderio tremante che si dibatte intorno a un corpo, di compagno o compagna, come la schiuma tra gli scogli? E questo corpo ti respinge e t’infrange, e tu ricadi, e vorresti abbracciare lo scoglio, accettarlo. Altre volte sei scoglio tu stessa, e la schiuma – il tumulto – si dibatte ai tuoi piedi.  
 
Nessuno ha mai pace. Si può accettare tutto questo?  
 
Britomarti: Bisogna accettarlo. Hai voluto sfuggire, e sei schiuma anche tu.  
 
Saffo: Ma tu lo senti questo tedio, quest’inquietudine marina? Qui tutto macera e ribolle senza posa. Anche ciò che è morto si dibatte inquieto.  
 
Britomarti: Dovresti conoscerlo il mare. Anche tu sei da un’isola…  
 
Saffo: Oh Britomarti, fin da bimba mi atterriva. Questa vita incessante è monotona e triste. Non c’è parola che ne dica il tedio.  
 
Britomarti: Un tempo, nella mia isola, vedevo arrivare e partire i mortali. C’erano donne come te, donne d’amore, Saffo. Non mi parvero mai tristi né stanche.  
 
Saffo: Lo so, Britomarti, lo so. Ma le hai seguite sul loro cammino? Ci fu quella che in terra straniera s’impiccò con le sue mani alla trave di casa. E quella che si svegliò la mattina sopra uno scoglio, abbandonata. E poi le altre, tante altre, da tutte le isole, da tutte le terre, che discesero in mare e chi fu serva, chi straziata, chi uccise i suoi figli, chi stentò giorno e notte, chi non toccò più terraferma e divenne una cosa, una belva del mare.  
 
Britomarti: Ma la Tindaride, tu hai detto, uscì illesa.  
 
Saffo: Seminando l’incendio e la strage. Non sorrise a nessuno. Non mentì con nessuno. Ah, fu degna del mare. Britomarti, ricorda chi nacque quaggiù…  
 
Britomarti: Chi vuoi dire?  
 
Saffo: C’è ancora un’isola che non hai visto. Quando sorge il mattino, è la prima nel sole…  
 
Britomarti: Oh Saffo.  
 
Saffo: Là balzò dalla schiuma quella che non ha nome, l’inquieta angosciosa, che sorride da sola.  
 
Britomarti: Ma lei non soffre. E’ una gran dea.  
 
Saffo: E tutto quello che si macera e dibatte nel mare, è sua sostanza e suo respiro. Tu l’hai veduta, Britomarti?  
 
Britomarti: Oh Saffo, non dirlo. Sono soltanto una piccola ninfa.  
 
Saffo: Tu vedi, dunque…  
 
Britomarti: Davanti a lei, tutte fuggiamo. Non parlarne, bambina.